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La “Ribellione delle masse” di Ortega y Gasset

27, Giugno 2009 Inviato da Giovanni Ruggia in : libri e arte , trackback

Ortega y Gasset (1883 – 1955) intende la ribellione delle masse, non solo nel senso che non stanno al loro posto e prendono possesso dei luoghi delle elites, ma anche e soprattutto che si ribellano ai doveri e alle responsabilità che l’ esercizio del potere comportano.
I diritti universali, la sovranità popolare oggi (siamo nel 1930) sono diventati uno stato psicologico costitutivo dell’ uomo medio. Diventando un elemento di realtà hanno cessato di essere un ideale. I diritti democratici si sono trasformati da aspirazioni ideali in appetiti e presunzioni inconsce. Qui sta l’ inizio della spiegazione dei problemi del mondo moderno. L’ uomo medio è diventato signore e quindi agisce per sè e a suo vantaggio.
L’ epoca attuale, a differenza di molte che l’ hanno preceduta, non si sente inferiore a presunte “età dell’ oro” da emulare, anzi dal punto i vista delle opportunità è difficile che ce ne sia stata una migliore. Ma le opportunità possono anche nascondere pericoli ignoti e ciò suscita un senso di timore, di incertezza, di paura.
Il nostro tempo si sente meravigliosamente capace di realizzare, sebbene non sappia che cosa realizzare. Domina tutte le cose ma non è padrone di se stesso. Con più mezzi, più sapere, più tecnologia che mai, il mondo attuale procede come il più infelice che ci sia stato: sempre alla deriva. E per il fatto stesso di queste novità, di questo formato enormemente maggiore non può orientarsi sulle norme, i principi e gli ideali del passato, ne deve inventare di  nuovi.
L’ uomo-massa al potere mette in pericolo imminente i principi stessi che hanno dato vita a questo progresso tecnologico, giuridico e scientifico. Si arrischia una vera decadenza.
L’ uomo-massa, viziato dalla facilità con cui la tecnologia e l’ organizzazione dello stato gli danno opportunità illimitate, quasi fossero cose naturali come il sole che sorge ogni mattina, perde ogni cognizione che ciò è dovuto a duro lavoro, sacrifici, rinunce e, alla minima difficoltà, come la folla che nelle carestie saccheggia e distrugge i panifici, mette in pericolo la fonte stessa del suo benessere.
All’ uomo-massa (non solo nel senso di moltitudine ma piuttosto di inerzia) va contrapposto il nobile: colui che si obbliga (noblesse oblige) a una disciplina, al servizio di qualcosa di trascendentale, in vista di qualcosa di importante, autentico, dinamico, vivo.
La massa, confrontata al proprio repertorio di idee, se ne contenta e si considera intellettualmente soddisfatta e completa, si oblitera l’ anima, si imprigiona nel proprio limitato repertorio di idee. È incapace di dubitare, le sue idee sono tassative, non sa ascoltare ma impone le proprie idee. Non esiste nemmeno più il limite imposto dalla verità, dalla legalità civile, dal rispetto per le posizioni intellettuali degli avversari. Non si accetta la discussione, perchè ciò significherebbe accettare che esiste una ragione intelliggibile. Si arriva ad affermare di “finirla con le discussioni” e passare all’ “azione diretta”, alla violenza come prima ratio. È la fine della civiltà, l’ inizio della barbarie, la dittatura della maggioranza.
A questo tipo d’ uomo non interessano i principi della civiltà, gli interessano solo i suoi prodotti e ne usufruisce come fossero prodotti della natura. Ma senza civiltà questi stessi prodotti si esaurirebbero. La tecnologia è sostanzialmente un prodotto della scienza e la scienza non esiste senza un ambiente culturale, senza l’ interesse e l’ entusiasmo puri e semplici per la ricerca in se stessa. La tecnologia non può persistere a lungo senza l’ impulso culturale che l’ ha creata. Essa ci dona conseguenze utili e pratiche ma è conseguenza di preoccupazioni superflue, astratte.
L’ uomo-massa è come il bambino viziato, il nobile ereditario, il “signorino” di buona famiglia che nulla ha dovuto fare, che non ha dovuto lottare per ottenere quello che possiede, che non porta alcuna responsabilità, che critica la democrazia liberale e parlamentare (perchè inefficace) e la tecnologia (perchè pericolosa) ma non rinuncerebbe a tutti i vantaggi che questi aspetti della civiltà europea mettono alla sua portata. E non vede i pericoli per il suo stesso stato che ciò comporta.
Ma non è tutto. Un altro pericolo è la specializzazione nel campo scientifico. Questi uomini di scienza, perfettamente qualificati nel loro campo, sono totalmente ignoranti per il resto, altrettanti uomini-massa. Però si comportano con la petulanza dell’ esperto in campi non di loro competenza. Urge una norma più ampia di “mentalità enciclopedica”, perchè possano continuare le ricerche scientifiche.
Problemi crea pure lo stato: la borghesia ha creato uno stato molto più efficiente dello stato feudale ma per la sua stessa efficienza, esso diventa indispensabile all’ uomo-massa come stato assistenziale e garante di sicurezza, soffocando iniziative con l’ apparato burocratico e poliziesco.
Una buona parte del sentimento di impotenza e decadenza dell’ Europa odierna è dovuta, non alla mancanza di slanci vitali, ma ai limiti angusti che a questi slanci oppongono le frontiere nazionali. Il nazionalismo esasperato porterà alla catastrofe. Le frontiere nazionali vanno superate, la costruzione di uno stato europeo deve essere il nuovo ideale politico per far scorrere la linfa dell’ iniziativa politica. La maggior parte della cultura sociale e politica dei cittadini degli stati europei e di tutto ciò che ne crea il benessere, la giurisprudenza, l’ arte, la scienza, è già comune.

José Ortega y Gasset. La ribellione delle masse. il Mulino, Bologna 1962.

Commenti»

1. Andrea Salvini - 30 Giugno 2010

Autore da riscoprire assolutamente. Brillante, profondo ma sempre molto chiaro, il suo ragionamento segue il filo di una impressionante logicitá. Genio ispano formatosi in Germania, unisce l’intuito al rigore filosofico e scientifico, la sua opera era sorprendentemente premonitora.
Peccato che non si conosca abbastanza in Italia, per me è da considerarsi un padre intellettuale dell’Europa.