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Pratiche parentali e familiari: non solo sesso

8, febbraio 2018 Inviato da admin in : attualità , trackback

Nel dibattito in corso sui concetti di famiglia possono essere utili alcuni dati scientifici. L’indagine in questo campo è stata oscurata da tentativi di individuare un’armonia di base nell’azione del creatore e di considerare le differenze di genere come complementari e la famiglia nucleare come base naturale della società.
L’evidenza scientifica mostra che le pratiche sessuali e parentali sono strettamente correlate con l’ecologia, la fisiologia e l’anatomia di una specie, quella umana compresa. Già Darwin aveva descritto nella teoria dell’evoluzione, a complemento della selezione naturale, la selezione sessuale, alla quale aveva ascritto particolare efficacia in determinati casi.
D’altro canto, l’antropologia mostra che molti problemi che si pongono con lo sviluppo delle moderne tecnologie di procreazione sono già stati affrontati da società “primitive” in un modo o nell’altro.
Un’interessante novità in questo campo è la teoria della “selezione sociale”, formulata da Joan Roughgarden, professoressa di biologia emerita a Stanford. Gli animali scambiano aiuti in cambio dell’accesso a opportunità di riproduzione e ciò aumenta l’importanza della collaborazione rispetto alla competizione, non solo tra individui ma anche tra geni di uno stesso pool genetico.
Le caratteristiche sessuali degli esseri viventi sono molto variabili. Molti pesci presentano diversi gradi di ermafroditismo, per non parlare delle piante. Anche nei mammiferi, come iene, cetacei e alcune specie di cervi, si trovano esempi di caratteristiche esterne intermedie. Estremamente variabili sono anche i ruoli sessuali. In moltissime specie la relazione di coppia è puramente economica – scambio di aiuti nell’allevamento della prole, soprattutto fra gli uccelli – mentre la monogamia sessuale è spesso violata sia da parte dei maschi che delle femmine.
La teoria dello scambio di risorse in cambio di accesso a opportunità di riproduzione può essere un utile complemento all’approccio genetico nello studio dell’evoluzione del comportamento. Le femmine non cercano solo di accoppiarsi con maschi che portino buoni geni. Piuttosto cercano di negoziare anche un investimento parentale. I vari rituali di corteggiamento di molte specie sono da interpretare come negoziati sull’impegno a contribuire all’allevamento della prole, piuttosto che operazioni pubblicitarie per i geni maschili. E in diversi esperimenti le femmine sembrano essere istintivamente in grado di saper distinguere un buon collaboratore da un semplice millantatore di forza maschile.
Uno dei grossi rischi a cui vanno incontro le femmine dei mammiferi, e le femmine umane non fanno eccezione come c’insegna la Bibbia e perfino il Nuovo Testamento, è l’infanticidio da parte di maschi estranei. Ciò ha portato allo sviluppo di diverse strategie per allontanare il pericolo.
La possibilità più evidente è quella di accoppiarsi con un solo maschio in relazione monogama o poligama, il quale avendo la certezza della paternità della propria discendenza genetica interverrà spontaneamente a difenderla.
Strategia opposta è di accoppiarsi con più maschi. Vista l’incertezza che circonda la paternità, può essere vantaggioso in determinate circostanze seminare ulteriori dubbi. Se un maschio ha sufficienti motivi per pensare che un cucciolo potrebbe essere suo figlio, è improbabile che interferisca con la sua sopravvivenza, anche se non sarà motivato a fare grandi sforzi per aiutare la madre. A questo proposito si nota che molte femmine di primati hanno un’alta frequenza di copulazioni con molti maschi diversi nel periodo dell’estro, anche in specie in cui l’ovulazione è celata (anzi questa potrebbe essere una delle ragioni per cui si è evoluta l’ovulazione celata in molti primati, come gli umani). Inoltre la disponibilità a rapporti extramaritali può essere un mezzo per ottenere risorse supplementari.
In natura abbondano anche gli esempi di omosessualità. Essa, come ogni forma di sessualità senza fine di riproduzione, può essere un modo di favorire e stringere rapporti di intimità e di reciproca assistenza tra individui diversi, al di fuori dei periodi di riproduzione, e contribuire così alla pacifica convivenza nelle comunità. Se la sessualità senza fine riproduttivo sembra antievolutiva, essa può migliorare la sopravvivenza, attraverso amicizie e migliore accesso a risorse scambiate con favori sessuali. È un bell’esempio di come una caratteristica evolutasi per un motivo (la riproduzione sessuale) venga cooptata per altre funzioni (in questo caso favorire l’integrazione sociale).
D’ altra parte ogni sessualità senza scopo riproduttivo può essere una minaccia per gli individui dominanti nel favorire alleanze di antagonisti e ciò spiegherebbe l’ostracismo sociale cui è regolarmente sottoposta dalle gerarchie dell’ordine costituito.
In natura c’è una chiara distinzione tra sessualità e riproduzione. Gli individui devono interagire socialmente per acquisire opportunità di riproduzione, essi non sono solo alla ricerca di geni ma di accesso a risorse che permettano di ottenere il miglior rendimento in termini di riproduzione. Tutto questo scambiare e negoziare rende la dinamica delle società animali, e a maggior ragione quelle umane, estremamente complessa, non lineare e non predicibile. Società complesse con generi e ruoli sessuali diversificati non sono anomale ma la naturale conseguenza di questa dinamica complessa.
In una bella serie di conferenze tenute in Giappone già nel 1986 Claude Lévi-Strauss ci mostra quanto le società umane che ci hanno preceduto possano insegnarci molto anche nel mondo moderno.
I problemi della procreazione artificiale, dalle “madri in affitto” all’adozione da parte di coppie omosessuali, sono già stati affrontati e risolti in modo creativo da società primitive. Esse, anche se prive delle nostre possibilità tecnologiche, già conoscevano gli equivalenti giuridici e psicologici della procreazione artificiale e della filiazione sociale.
Non esiste un modo naturale di riprodursi, allevare la prole, educare le nuove generazioni. Nella letteratura antropologica sono documentate culture in cui una coppia sterile può – pagando – intendersi con una donna feconda perché li designi come genitori del figlio che nascerà. In pratica la donna affitta il proprio utero e suo marito dona il seme. In altre culture una donna sterile può essere equiparata a un maschio, quindi quale zio di parte paterna può ricevere la dote di una nipote che userà per ottenere una “sposa” che farà ingravidare da un uomo pagato all’uopo. Abbiamo qui una copia omosessuale che si procura un figlio. Presso gli Antichi Ebrei, il levirato permetteva, anzi imponeva, al figlio minore di inseminare la moglie del figlio maggiore defunto a nome di quest’ultimo.
In tutti questi casi lo statuto sociale del bambino era determinato dal padre legale (anche quando fosse donna), purtuttavia egli conosceva l’identità dei genitori biologici senza che da ciò nascesse un conflitto psicologico.
Quindi non c’è nulla di naturale nella famiglia nucleare, composta da un padre, una madre e i loro figli, essa è un costrutto sociale della nostra società. Si può naturalmente preferirla ad altre ma non affermare che essa sia la sola valida e impedire agli altri di formarsi la loro con la scusa che sia contro natura. Le società umane sono fatte per cambiare, la diversità delle società nel tempo e nei luoghi è un fatto accertato.

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