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Famiglia – quale famiglia?

17, agosto 2016 Inviato da admin in : attualità , trackback

È in atto una campagna di promozione della famiglia tradizionale con i suoi ruoli di genere ben definiti, basata sulla credenza che questa sia la forma base naturale di organizzazione delle società umane. Ma questa concezione corrisponde veramente a fatti accertati? O non si basa piuttosto su pregiudizi e tradizioni mai veramente sottoposti a verifica? La struttura e le pratiche delle famiglie attuali concedono a tutti i membri le stesse opportunità di sviluppare le loro capacità, di influenzare le scelte sociali, di partecipare al potere politico, di essere economicamente e fisicamente sicure? La suddivisione del lavoro domestico non retribuito è equa?

Sappiamo che la produzione e la riproduzione sono fenomeni culturali fondamentali in ogni società umana e determinano i modi dell’ economia domestica. Ma la famiglia che conosciamo oggi è l’ unica alternativa possibile?

Un’ opinione molto propagandata ritiene che la biologia della riproduzione umana (gravidanza, allattamento, lunga dipendenza fisica e psicologica dei bambini) renda naturale la famiglia tradizionale con la moglie che resta a casa a occuparsi dei figli e della casa e il marito che esce a lavorare per procurare le risorse. Essa si basa su un’ ipotesi molto diffusa, e cioè che già i nostri antenati preistorici conoscessero una divisione del lavoro tra i sessi, dove il maschio andava a caccia e la femmina restava al campo e, al massimo, si allontanava di poco per la raccolta di generi vegetali. Questa suddivisione si mantenne anche con l’ invenzione dell’ agricoltura, dove ai maschi in teoria competeva il duro lavoro dei campi e alla femmina il lavoro entro le mura domestiche. Con quest’ ipotesi si spiegherebbero anche i tradizionali ruoli sessuali: maschi più promiscui, possedendo capacità illimitate di generazione e disposti a grandi rischi, avendo poco da perdere (investimento minimo nella produzione di spermatozoi) mentre le donne, con una capacità limitata dovuta al grande investimento parentale (ovulazione, gestazione, allattamento) restano passive, potendo praticamente in ogni caso portare a compimento tutta la loro potenzialità riproduttiva

Questa ipotesi non è suffragata né dalla primatologia comparata, né dai dati paleontologici, e nemmeno dagli studi etnografici. Le famiglie primitive erano piuttosto composte da madre con figli e altri parenti, in primis la nonna, madre della madre, e poi sorelle e fratelli, spesso c’era anche un maschio venuto da fuori che forniva protezione e risorse supplementari in cambio di accesso sessuale. La maggior parte delle risorse per vivere erano procurate da tutti i membri della famiglia, in battute di raccolta di frutta, tuberi, piccoli animali. Solo una parte era procurata dai maschi cacciatori. I bambini si abituavano a interagire con molti adulti al di fuori della famiglia nucleare, anche a ottenere cibo e a passare lungo tempo presso altre famiglie. La rete di sicurezza era rappresentata da innumerevoli alloparenti, adolescenti non ancora fertili, anziane dopo la menopausa, che aiutavano madri della loro stirpe. La vita sociale dei bambini si svolgeva con altri bambini, coetanei e non, e in ogni villaggio erano presenti altri adulti che fungevano da esempio o da modello. Ancora pochi decenni fa nei nostri villaggi i bambini trascorrevano molto più tempo fuori di casa, erano più svegli, meglio integrati socialmente. La famiglia nucleare arrischia di inaridire questa risorsa per l’educazione sociale dei giovani.

In quanto ai ruoli sessuali che cosa sappiamo, una volta liberatisi dai pregiudizi sessisti? Il primo fatto è che, per assicurare una fecondazione non basta un solo spermatozoo, i maschi producono un eiaculato che contiene centinaia di milioni di spermatozoi e, oltre a ciò, sono necessarie molte copulazioni per raggiungere una probabilità significativa di fecondazione. Inoltre non bisogna considerare la capacità riproduttiva solo in relazione al numero di partner sessuali cui si ottiene accesso, ma anche sotto il punto di vista della selezione di partner più fecondi, con buona posizione sociale, con buono stato di salute e con disposizione alla cura parentale anche da parte dei maschi; fattori che aumentano la probabilità di sopravvivenza e ulteriore riproduzione della prole. Non bastano buone caratteristiche fisiche in un maschio ma anche la capacità di proteggere, l’affidabilità, la stabilità emotiva. Se un uomo feconda e scompare, per cui il figlio muore prima dello svezzamento, l’ eccellenza genetica del padre non conta nulla

Con lo sviluppo della civiltà (agricoltura, pastorizia, commercio, industria, trasmissione maschile della proprietà privata) le donne hanno perso il controllo delle risorse per la sopravvienza loro e dei loro discendenti e sono di fatto diventate dipendenti dai maschi. Inoltre a differenza della stragrande maggioranza delle altre specie di primati, dove la regola è che le femmine restino presso il loro gruppo di nascita e i maschi emigrino, nella gran parte delle civiltà umane avviene il contrario, è la sposa a trasferirsi nella famiglia del marito e ciò la priva anche di quel poco di solidarietà e aiuto che le potrebbe venire dalla famiglia di origine. Ciò le ha portate a dissimulare la loro attività sessuale, a giocare il ruolo passivo, in società dove i maschi avevano il potere di controllare e soffocare le loro aspirazioni. Una finzione che si rivela tale quando le società permettono alle donne di esprimere le loro aspirazioni senza temere rappresaglie. La famiglia nucleare con un maschio a capo, cara ai conservatori, non è la base naturale della società, essa è un metodo di controllo riproduttivo della donna.

La scienza ci dice che non c’ è un modo naturale di organizzare la riproduzione, l’ allevamento dei figli e i ruoli sessuali nella specie umana.

In generale, con l’ aiuto finanziario e emotivo di un maschio, di solito anche il padre biologico del o dei figli, la cosa è più semplice. Ma non è detto, dipende anche dal tipo di maschio; in certi casi una donna riesce meglio da single, eventualmente con l’ aiuto di altri parenti, mamme o sorelle, della sua famiglia d’ origine e il mero contributo finanziario del padre biologico.

È una questione politica, non scientifica. La scelta deve essere personale, autonoma, meglio evitare interferenze di natura ideologica o religiosa, basate su una presunta natura umana di cui, abbiamo visto, non esiste traccia.

La società deve solo assicurare alle donne il controllo delle risorse di cui possono disporre autonomamente, col lavoro, dal patrimonio o altro senza dover dipendere dal consenso di padri, mariti e fratelli e garantire un’ equa partecipazione da parte dei padri all’ impegno finanziario di crescita e di educazione dei figli.

L’ amore autentico dovrebbe essere fondato sul riconoscimento reciproco di libertà; nessuno rinuncerebbe a se stesso, nessuno si mutilerebbe; ambedue gli amanti scoprirebbero insieme nel mondo valori e fini. Per relazioni di questo tipo ci vogliono persone equilibrate, felici, che stanno bene nella propria pelle, in pace con se stesse.

Vorrei terminare citando Simone de Beauvoir, ne “Il secondo sesso”:

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– L’ unione di due esseri umani è condannata a fallire se consiste in uno sforzo per completarsi l’ uno attraverso l’ altro, il che presuppone una mutilazione originale; bisognerebbe che il matrimonio fosse la comunione di due esistenze autonome, non un rifugio, un’ annessione, una fuga, un rimedio. Prima di poter essere sposa o sposo, madre o padre, è necessario innanzitutto diventare persona. Bisognerebbe che la coppia non si considerasse come una comunità, una cellula chiusa, ma che l’ individuo, in quanto tale, fosse integrato ad una società in seno alla quale potesse svilupparsi senza bisogno d’ aiuto: allora gli sarebbe concesso di creare in pura generosità dei legami con un altro individuo egualmente adattato alla collettività, legami che sarebbero fondati sul riconoscimento di due libertà. –

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